Per buona parte del Quattrocento raramente il tavolo era costituito da un piano d’appoggio dotato di supporto fisso (questo il caso del desco), così come noi oggi lo intendiamo. L’uso del tempo prevedeva che la mensa fosse poggiata su due o più cavalletti o trespidi, da smantellare appena ultimato il pasto. Questo valeva per ogni realtà sociale, ed è confermato sia dall’iconografia sia dalle fonti documentarie che, nella quasi totalità, menzionano tabulæ sempre provviste dei relativi trespides costruiti – come suggerisce il termine - a tre piedi, per dare meno impiccio almeno a una fila di commensali. Per garantire una certa sicurezza all’insieme, le traverse sommitali dei trespidi erano dotati di piccoli tenoni che si inserivano in fori aperti sul piano inferiore della mensa. Già comunque agli inizi del Quattrocento, sono attestati tavoli con struttura più solida e meno mobile, con traversa e con montanti sagomati, che sarà comune a partire dalla metà del secolo. Le forme delle mense erano quelle consuete giunte fino a noi attraverso i secoli: le tabulæ rettangolari (le più comuni e per questo mai espressamente così descritte negli inventari), le quadræ e le rotundæ. Anche se nelle fonti friulane raramente sono espresse le misure, un accenno alle diverse dimensioni si ha da stringate qualifiche, andando dai piccoli manufatti (tabulæ parvæ, tabuluciæ, tabullini) ad altri espressamente definiti magni o longi. Le tabulæ potevano venir costruite in legni diversi a seconda delle possibilità del committente, da quelle più semplici in abete e in larice, fino alle più costose in cipresso o in noce anche se, essendo in genere manufatti di semplice fattura, l’abete era senz’altro quello più utilizzato. Le mense preferite, comunque, erano quelle realizzate in pero: legno pastoso, non facilmente reperibile (in quanto albero da frutta, per la realizzazione di arredi veniva utilizzato soltanto in caso di morte della pianta) e di difficile lavorazione, ma gratissimo al tatto (caldo e quasi ‘vellutato’) e, soprattutto, poco incline a scheggiarsi. Vi erano altri legni resistenti all’usura e scarsamente propensi a dispensare schegge (il noce, per esempio), ma essendo più costosi (per rarità di reperimento e/o difficoltà di lavorazione) venivano impiegati soltanto lungo i margini di mense in legni più poveri, così da renderle più funzionali con una spesa minore.
Giovanni Pietro da Cemmo (attr.), Nozze di Cana, ultimo quarto del XV secolo. Piancogno (BS), Convento della SS. Annunciata.
Particolare del foro utile al fissaggio dei trespidi alla mensa: Pomponio Amalteo, La cacciata dei mercanti dal Tempio, 1555. Udine, Duomo-Cattedrale.
Allestimento di un tavolo con trespidi e mensa, da una miniatura attribuita al Maître de Charles du Maine, Tristan en prose, XV sec. Chantilly (F), Musée Condé, Bibliotheque du château, ms. 0648 (0404), f. 385v.