Molto comune fra i mobili contenitori verticali, il banco era una sorta di armadiolo alto circa un metro e mezzo, normalmente chiuso da portelle spesso provviste di serratura. La lunghezza era di circa un metro ma poteva variare, giacché si trovano inventariati anche banchi parvi – oppure definiti usando diminutivi, per esempio banchucius – e longi. Il legno impiegato era quasi sempre l’abete, rarissimi i casi di banchi descritti in larice, noce, pioppo, faggio, quercia. Si trattava, quindi, di un mobile di connotazione modesta - realizzato nella maggior parte dei casi in legno povero - ma utilissimo nell’organizzazione della dimora per riporre i più disparati oggetti e materiali. Da qui le numerose citazioni negli inventaria cui, però, corrisponde un’assoluta rarità di esemplari originali; né costituisce un elemento d’arredo raffigurato di frequenza nelle rappresentazioni d’interni. La scarsezza di banchi conservati si deve verosimilmente proprio alla povertà – e quindi alla fragilità – della specie legnosa utilizzata nella sua costruzione, unita alla semplicità e alla rusticità della sua fattura, caratteristiche che non ne giustificavano la conservazione qualora vecchio e ammalorato. Proprio per nasconderne la rusticità, il banco veniva non di rado coperto da tessili più o meno decorati, i bancalia. Inoltre, essendo in pratica un ‘ripostiglio mobile’, è probabile venisse collocato in spazi poco visibili e quindi forse per questo motivo scarsamente preso in considerazione nelle raffigurazioni d’interni. Spesso collocato accanto alla lettiera, in certi casi addirittura con funzione di pediera, è descritto quasi sempre con due ripiani (traclutis) e usato per contenere biancheria, abiti e calzature, tessuti e filati, attrezzi, armi, stoviglie, più raramente generi alimentari, materiale librario e documenti.
Giovanni Boccati da Camerino, Avvelenamento di san Savino, 1473 (proveniente dallo smembrato polittico con Madonna con il Bambino e Santi, già nel Duomo di Orvieto). Urbino, Galleria nazionale delle Marche.